Comune di Brembilla
Immagine del comune di Brembilla

 
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Un breve viaggio nei secoli

Scritto a cura del Sindaco, Prof. Giovanni Salvi.
immagine storica di BrembillaChe  la presenza dell'uomo a Brembilla e nella sua valle si debba far risalire a tempi molto antichi è dimostrato dal ritrovamento nella  zona del Cerro di alcuni oggetti (una punta di freccia  in selce  e  un anello di collana in steatite) risalenti  a  qualche migliaio d'anni prima di Cristo. Gruppi di cacciatori-raccoglitori  percorrevano  allora  le nostre  vallate,  questi  uomini  si trasformarono in seguito, nel volgere dei secoli, in pastori e in agricoltori.  Non ci è dato sapere quali lotte,  quali sconvolgimenti,  quali trasformazioni,  quali fusioni si siano  verificate quando altri popoli si insediarono da queste parti  prima i Galli,  popolazioni  celtiche provenienti dalle foreste  dell'Europa centrale,  poi  forse le punte avanzate dell'espansione etrusca e infine, nel primo secolo avanti Cristo, i Romani.
 
Del  periodo  passato  sotto la  dominazione  romana  non  rimane traccia   alcuna.  Tale mancanza pressoché assoluta di notizie e tale  silenzio  delle fonti documentarie accomuna  del  resto  la quasi  totalità delle località della Val Brembana e si  protrae fino  a  coprire praticamente tutto il primo  millennio  dell'era cristiana.
 
Documenti   posteriori  ci  permettono  però  di  accertare  con assoluta  sicurezza che al tempo dei Longobardi Brembilla  faceva parte  dei  possedimenti della Corte di Almenno.  Era  una  corte molto vasta,  che comprendeva ,  oltre alla piana di Almenno,  la zona  di Palazzago,  le valli Imagna e Brembilla,  la  bassa  Valle Brembana, le attuali Almè e Villa d'Almè. Era inoltre una corte regia,  cioè  uno  di  quei possedimenti che  venivano  dati  in appannaggio  al re dei Longobardi quando i duchi che  comandavano questo popolo eleggevano uno di loro a questa carica. L'esistenza ad  Almenno di un importantissimo ponte romano sul Brembo che  si trovava  su una strada militare diretta verso le Alpi (il  famoso ponte  della Regina,  di cui ancora oggi si possono vedere alcune vestigia) testimonia l'importanza di questa località anche al tempo dei  Romani e può suffragare l'ipotesi che essa fosse il  centro di un "pagus".
Con  la  calata in Italia di Carlomagno e dei  suoi  Franchi,  la
corte  cambiò  padrone più volte:  dapprima venne  affidata  al margravio Corrado, capostipite dei conti di Lecco; nell'875 il re Ludovico il Tedesco la donò a Ermengarda, figlia dell'imperatore Lotario,  ma nell'892 il re Guido la ridiede a Corrado; nel 975, infine, il suo ultimo discendente, il conte Attone, la cedette al vescovo  di Bergamo.  Tutta la parte situata sulla riva  sinistra
del Brembo (Almè,  Villa d’Almè, Sedrina, Stabello) si staccò, invece, e divenne proprietà dei conti Ghisalbertini.
Il dominio episcopale declinò lentamente nell'XI° secolo, durante le  lotte per le investiture.  Anche nel caso di  Almenno  questa crisi  fu il presupposto per la nascita e  l'affermazione  delle autonomie  comunali.  Bisognò comunque attendere il XIII  secolo perchè  Brembilla  riuscisse a sua volta a rendersi autonoma  da Almenno.  Il  territorio di Brembilla  comprendeva  allora,  come risulta   inoppugnabilmente  da  tutti  i  documenti  dell'epoca, tutta  la  valle Brembilla vera e propria (compresi  gli  attuali comuni  di Gerosa e di Blello),  tutta la riva destra del  Brembo dalla confluenza della Brembilla a quella dell'Imagna  (l'attuale comune di Ubiale-Clanezzo) e, non si capisce ancora in che forma, anche  la zona della bassa Imagna comprendente Mortesina,  Opolo, Botta,  su fino  al  colle di  Berbenno  (zona  nominata 
Brembilla Vecchia ancora nelle carte geografiche del secolo scorso).
immagine storica di BrembillaNel  secolo  successivo esplosero le lotte sanguinose tra le  fazioni guelfa e ghibellina. Bergamo e il suo territorio non vennero risparmiati: diventarono il terreno su cui si scontrarono  sul piano interno le brame di potere dei Suardi e delle loro parentele e clientele da una parte,  e quelle dei Rivola,  dei Bonghi e dei Colleoni dall'altra. Dall'esterno si sovrapposero  le mire espansionistiche   dei  milanesi  e  dei  veneziani   sul   territorio bergamasco. I Brembillesi  finirono  col  ritrovarsi  ghibellini, vale a dire dalla parte dei Suardi e dei Visconti di  Milano.  La famosa  "Cronaca” di Castello Castelli,  diario sulle lotte delle fazioni  a  Bergamo  nella seconda metà  del  Trecento,  vede  i brembillesi  sempre protagonisti nelle file dei  ghibellini,  in stancabilmente dediti,  di solito in compagnia degli Arrigoni  di Taleggio,  alla  caccia  al guelfo e al sostegno della causa  del duca di Milano.  Non scelsero comunque il partito giusto, perchè gli eventi storici successivi avrebbero dato ragione a Venezia.
Già  con  la pace del 1428,  infatti,  la  Serenissima  si  vide assegnati  Bergamo  e  il suo territorio.  Negli  anni  seguenti, però,  data  la fluidità della situazione,  i  Brembillesi  non lasciarono  nulla d'intentato per favorire il ritorno dei milanesi,  dandosi  perfino  a scorrerie sotto le mura  di  Bergamo.  Fu così che  nel 1443 Venezia decise di dare una punizione esemplare ai  ribelli:  attirati  i capi a Bergamo con uno  stratagemma,  li imprigionò  e diede tre giorni di tempo ai  brembillesi  perchè
abbandonassero  le  loro case prima che i guastatori venissero  a metterle  a ferro e a fuoco.  Per Brembilla fu la fine.  I  suoi abitanti  andaroro  in  esilio,  rifugiandosi  per  lo  più  nel milanese (dove i duchi,  memori della loro fedeltà incondizionata,  li  aiutarono  e li protessero),  dando così  origine  alla numerosa e ...”meneghina” stirpe dei Brambilla.  Le terre vennero
confiscate  e assegnate a fedeli della Repubblica.  Brembilla  si ridusse  entro i confini attuali.  Le venne perfino  cambiato  il nome: diventò il comune di San Giovanni Laxolo.
Da allora in poi Brembilla seguì i destini di Bergamo e del suo territorio. Unici fatti  di rilievo durante il lungo periodo di dominazione  veneta (durata  oltre tre secoli e mezzo) furono la visita pastorale  di San  Carlo  Borromeo  (1575) e la tremenda  peste  del  1630,  di manzoniana   memoria,   durante  la  quale  perì  il  43%  della popolazione del comune.
Nel  1797 Napoleone inferse il colpo decisivo a Venezia,  che  da molto   tempo  si  trascinava  in  una  decadenza  dignitosa   ma inesorabile. I fermenti rivoluzionari non trovarono però terreno fertile in una comunità piuttosto tradizionalista come quella di Brembilla  (come  del  resto  in  tutte  le  vallate),   dove  la ribellione   antinapoleonica  trovò  ferventi   sostenitori.   A Brembilla,  infatti, l'albero della Libertà, simbolo della rivoluzione  eretto  per ordine dei Francesi in tutte  le  località, venne abbattuto e sostituito con il leone di San Marco. In questo periodo  il  comune  si riprese la frazione di  Cadelfoglia  (che allora  si  chiamava anche Caduninè) con le vicine  contrade  di Grumello, Passabona, Gaiazzo e Cavaglia, che per tutto il periodo veneto avevano fatto comune a se, facendo anzi le "fazioni" (cioè pagando  le tasse e le imposte) insieme a Gerosa.  Per  tutto  il periodo napoleonico, anzi, anche la stessa Gerosa rimase compresa nel   comune  di  Brembilla.   È  di  questo  periodo  anche  lo spostamento del cimitero dal sagrato attorno alla chiesa fino  alla  posizione  attuale.  Nel  frattempo numerosi  gruppetti  di disertori  e di renitenti alla coscrizione  obbligatoria  imposta dalle nuove autorità, trasformatisi in "saltadùr de strada” rendevano  problematico anche percorrere la mulattiera  dai Ponti  a Brembilla e la gente non era al riparo dalle rapine nemmeno nelle proprie case.
Nel  1814  la caduta di Napoleone,  il congresso di Vienna  e  la restaurazione sotto la bandiera dell'impero austro-ungarico coincisero con l'ultima grande carestia che  abbia colpito Brembilla: ancora oggi si tramanda di persone trovate morte di fame con  una manciata d'erba in bocca, di "löc” carpiti per un sacco di farina a poveri padri disperati da ignobili speculatori.
Il  periodo della dominazione austriaca passò senza  particolari scossoni;  non si ha notizia di patrioti brembillesi, che mancano perfino nella può nutritissima rappresentanza di bergamaschi  tra i Mille di Garibaldi.  È di questo periodo, però, tra il 1856 e il  1858,  la  costruzione  della strada  carrozzabile  Ponti  di   Sedrina,  Brembilla,  Olda. Dovette essere per la nostra gente un evento  memorabile  quello  che  fece  uscire  la  Val  Brembilla (insieme con la Val Taleggio) dal suo secolare isolamento.
Con  l'annessione al Regno d'Italia (1861) iniziò per  Brembilla un vero e proprio boom demografico:  in cinquant'anni (1871-1920) la popolazione raddoppiò, passando da 2360 ad oltre 4600 abitanti. Il peso di tante bocche da sfamare divenne insopportabile per un terrirorio cosl ristretto e di scarse risorse. immagine storica di BrembillaL'emigrazione, che pure era sempre stata nei secoli una valvola di sfogo all'eccesso  di popolazione (basti pensare ai brembillesi che già  nel Trecento troviamo a Genova come scaricatori di porto,  inquadrati nella Compagnia dei Caravana), assume dimensioni colossali per la nostra realtà.  Poco avanti la prima guerra mondiale sono  circa 1300 (!)  i  brembillesi che emigrano all'estero:  sono per  lo  più degli stagionali,  che partono in primavera e ritornano in patria poco  prima di Natale; le loro mete sono soprattutto i boschi  e i  cantieri  della  vicina  Francia.  Ma dopo  la  grande  guerra l'emigrazione  cambia aspetto e diventa quasi sempre  definitiva: interi  gruppi  di famiglie se ne vanno e negli anni tra  le  due guerre, dal 1920 al 1936, la popolazione scende da 4600 a 3110 abitanti, nonostante la natalità non accenni a diminuire.
Intanto  Brembilla  cambia aspetto.  La costruzione  della  nuova grande chiesa parrocchiale, con l'asse, a differenza dell'antica, rivolto da sud a nord,  sembra riorientare l'assetto urbano nella stessa direzione della strada provinciale;  lo stesso nuovo municipio,  decentrato rispetto al nucleo abitativo principale,  conferma  le  linee dello sviluppo urbanistico.  Poco alla volta  si riempie  il vuoto tra il centro storico di  Brembilla,  posto  ai piedi  dello zoccolo su cui si erge la chiesa,  e la sua frazione più  vicina,  Cà de Guerino, e l'abitato comincia ad  allungarsi verso Cadelfoglia.
Arriva  poi la seconda guerra mondiale e Brembilla  paga  ancora, come  nella grande guerra il proprio contributo di sangue (153 i morti nei due conflitti) ed  è per di più essa stessa teatro di fatti dolorosi (ad esempio i tre morti per mano dei “repubblichini” nel luglio del 1944).
Usciti dal lungo tunnel della guerra, anche a Brembilla è giunto il momento di rimboccarsi le maniche. Molti, tornati dal fronte o dalla  prigionia  ,  riprendono la valigia  e  si  avviano  oltre frontiera,  per  strade  che  generazioni  di  brembillesi  hanno imparato  a  conoscere;  altri restano in paese e  lavorando  con caparbietà  e  determinazione impediscono che lo  spettro  dello spopolamento e dell'arretramento economico diventi realtà.
In paese non mancano realtà produttive.  I discendenti di quegli "animini”  (cioè tornitori di piccole rondelle di legno che servivano  da anima ai bottoni) che troviamo citati già  nel  1830, hanno  ormai  impiantato  da  decenni  stabilimenti  di  discrete dimensioni nel settore della lavorazione del legno» ad essi si è aggiunto negli anni trenta uno stabilimento di meccanica. Ora che le  macchine hanno ripreso a "cantare” a pieno ritmo,  si assiste ad  uno  straordinario fenomeno di disseminazione di  imprenditorialità. Gli operai più dotati e ambiziosi, diventati artigiani e imprenditori,  fondano a loro volta altre aziende,  che oggi in qualche caso hanno raggiunto o superato per dimensioni e  livello tecnologico  le case ...madri.  Il fenomeno si è poi ripetuto  e possiamo  dire  di esserne ormai alla  terza  generazione.  Anche altri paesi della nostra provincia ne hanno beneficiato, perchè, a causa dell'esiguità del territorio e della relativa lontananza dai mercati,  molti per espandersi hanno dovuto abbandonare Brembilla,  andando  ad  impiantare la loro attività  produttiva  in luoghi  più vicini alla città.  Tutto questo, sostengono  orgogliosamente  i  brembillesi, senza  agevolazioni  partcolari  nè
interventi dello Stato, ma basandosi esclusivamente sulle proprie forze,  sulla propria straordinaria capacità di lavoro, di adattamento e di sacrificio.
E così oggi la fisionomia di Brembilla è profondamente mutata. La popolazione,  un tempo disseminata in una miriade di  contrade sparse  su entrambi i versanti della valle,  si  è  concentrata nelle frazioni più grosse.  Il trend demografico si è invertito e da 40 anni è sempre stato positivo, tanto che Brembilla è una delle  poche  realtà brembane a non aver visto diminuita la  sua popolazione in questo dopoguerra.  Contemporaneamente l'economia, basata un tempo su una magra agricoltura di montagna il cui unico prodotto di esportazione era il carbone di legna e che per la sua insufficienza  costrinse da sempre i brembillesi all'emigrazione, si è trasformata.  Brembilla,  grazie allo spirito  d'iniziativa dei  suoi abitanti,  è ora un polo industriale e artigianale  di prim'ordine  sistemato  dove proprio uno non se lo  aspetterebbe: tra i prati,  i boschi e le rocce di una verdeggiante e  discosta valle prealpina.

prof. Giovanni Salvi




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